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Marisa Cuomo: una storia di passione per la terra e il vino

20 Maggio 2019
Marisa Cuomo: una storia di passione per la terra e il vino
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Da l'Enologo - Mensile dell'Associazione Enologi Enotecnici Italiani

di Nino D'Antonio

Si era seduta sul terzo gradino, come faceva da bambina, l’alzata a farle da spalliera, i gomiti poggiati sulla pedata. E a perdita d’occhio la scala lunga e stretta, a frammenti di pietra. Un saliscendi interminabile, ma anche una fuga di piccoli salti che era stato per anni il suo gioco preferito. Ora che ci pensava, di quella scala Marisa non conosceva il punto di partenza, assai più su, intorno agli ottocento metri della Punta di Bomerano. Per lei, invece, la scala nasceva a ridosso di casa sua, e precipitava veloce fino a mare, tagliando a metà i larghi tornanti della strada.

I vecchi dicevano che erano più di mille scalini fino ad Amalfi. E non c’era da dubitarne. Li avevano affrontati per anni, più volte al giorno, sulle spalle il carico di derrate e mercanzie dirette a Napoli. Perché allora la strada non c’era e per evitare i rischi del mare non rimaneva che attraversare la montagna. Un quintale gli uomini, cinquanta chili le donne, per un lavoro che segnava il corpo più di un marchio a fuoco. Anche il terreno per riempire i terrazzamenti strappati alla roccia era stato portato a spalla, sacco dopo sacco, per quella scala. Era il tributo da pagare a una natura che si era lasciata addomesticare solo in parte, e a costo di enormi fatiche. Ma in cambio aveva dato uva e limoni senza confronti.

Furore e le genti del passato

Per Marisa la storia di Furore era scritta su quelle rocce e su quella scala. Ma anche su tutte le scalinatelle che la geografia di un territorio anarchico aveva distribuito a piene mani. Una storia che era anche la sua per averla sentita tante volte da bambina.

furore
Furore

Erano quelli i racconti della nonna. Un misto di cronaca, leggende, favole e miti, dove la narrazione non teneva alcun conto del tempo, mescolando con disinvoltura vicende estranee e lontanissime tra loro. Così la magia delle Janare, che volavano di notte dopo aver cosparso il corpo di un miracoloso unguento, faceva il paio con la rabbia dei furoresi che buttavano a mare le statue dei santi, sordi alle loro invocazioni, per finire con le imprese dei briganti, i loro rifugi e il loro disperato coraggio.

Sì, era stata quella la sua infanzia. Su quei gradini aveva poi vissuto gli anni inquieti dell’adolescenza, e scoperto l’amore. Andrea l’aveva baciata per la prima volta proprio lì. Diceva di essere pazzo d’amore, e lei ci aveva creduto.

La ricerca delle proprie origini

Ora ci ritornava da donna, alla ricerca di se stessa. Aveva fatto così anche quella sera, tirandosi dietro il grosso incartamento. Passò la mano sul gradino appena lucido per l’umidità e cominciò a guardare le carte alla luce incerta del lampione. Una follia. È stata una follia, pensò. E rinchiuse di colpo la cartella. Aveva vissuto una giornata da cancellare, ma ormai non si contavano più.

“Bisogna decidersi. Perché continuando così non faremo un metro di strada. I clienti vogliono la piscina. Il mare è lontano, e la gente non è disposta ad avvitarsi lungo questi tornanti”.

La piccola reception, un gioco di archi calcinati sull’andamento da merletto antico della Costa d’Amalfi, si allungava verso il salone, dove Andrea continuava ad andare su e giù, agitando un fascio di cataloghi, che alla fine lanciò, sfiduciato, contro i cuscini del divano.

Marisa, lo sguardo fermo e lontano, pareva non ascoltare. Erano giorni che opponeva agli attacchi del marito un silenzio irritante, ma era il solo modo per evitare continui scontri.

“Ecco guarda. Queste sono cifre, non chiacchiere. Noi facciamo il pieno solo in agosto, quando la gente pur di fare le vacanze è disposta a tutto. Per il resto, guardiamo gli altri come lavorano”. Fuori il sole si faceva strada fra il verde del pergolato, rinviando a intermittenza una scacchiera di luce sull’azzurro maiolicato del pavimento.

costiera amalfitana Marisa Cuomo
Il vigneto di Marisa Cuomo che affaccia sulla Costiera Amalfitana

“Ma è possibile che non ti rendi conto? L’abbiamo realizzato questo maledetto residence? E allora abbiamo il dovere di completare l’opera. Lo so, tu avresti voluto mantenere il vigneto e continuare a fare il vino. Anche se poi ne ricavavi quattro soldi, sempre che ti andava bene con la siccità e la grandine. Io invece voglio dare un avvenire ai ragazzi, creare un’azienda. Raffaele fa l’istituto per il turismo e Chiara economia aziendale: ora mi dici tu a che serve la terra ai nostri figli?”

Marisa era stata tentata per qualche attimo di rispondere. Poi aveva lasciato con calma la poltrona, distribuito meglio i fiori sulla consolle e si era avviata verso il giardino. La partita, almeno per oggi, sembrava chiusa. E invece la voce di Andrea la raggiunse come una frustata.

“Sto perdendo il mio tempo con te. È inutile discutere. Sei una contadina. E questa è la tua mentalità”. La reazione era stata immediata.

Appena il tempo di un veloce dietrofront. “Eh sì, io sono una contadina, come tu sei un pezzente. Aveva ragione mio padre. Non hai mai fatto niente di buono, nè a scuola nè dopo. E voglia di lavorare ne hai sempre avuta poco. Ti piace comandare, fare il padrone”.

La lotta contro il turismo di massa

Aveva intanto accesa una sigaretta, e questo significava che lo sfogo era appena iniziato. Fumava di rado, Marisa, e solo in particolari occasioni, o in preda alla rabbia. La stanza, nella calura del primo pomeriggio, era come sospesa fra la catena dei Monti Lattari che la chiudevano alle spalle e il mare di Amalfi, solo in apparenza a portata di mano.

“Ora metti avanti i figli. Tutto quello che fai è per loro. Così sono io a non vedere oltre il mio naso, a non capire che tu stai creando un’azienda. Ma che bella parola! La stessa che usasti a qualche mese dalla morte di mio padre, e con Raffaele che era appena nato, per convincermi a vendere il terreno con le due case a La Picola, perché volevi aprire un autosalone in Costiera. È un’idea vincente, dicevi. Vedrai, faremo soldi a palate. Compriamo macchine usate al Nord e le rivendiamo qui. Saremo i primi, non c’è concorrenza”.

furore marisa cuomo
Affaccio sul mare e sul vigneto di Marisa Cuomo

Aveva fermato i capelli che le venivano sul viso col suo gesto abituale e spenta con decisione la sigaretta, prima di aggiungere fra il sarcastico e l’amaro: “E te lo ricordi, come andò a finire? Mi trovai le banche addosso e un mare di cambiali che avevi firmato. Così per chiudere la questione prima che mi portassero via tutto, questa contadina fu costretta a vendere un palazzetto a due piani, in paese”.

“Ti pareva, che non tiravi fuori questa storia. Roba di vent’anni fa. Ma per te è come se fosse successo ieri”. Poi la voce di Andrea si perse nel corridoio, fino allo sbattere secco della porta. Intorno al tavolo, dopo cena, Marisa capì che il marito aveva cercato l’appoggio dei figli. “E allora l’avremo la piscina questa estate? Che hai deciso, papà?”. “Parla con tua madre. La proprietà è sua. Per me è sempre tardi, quando deciderò di andar via”.

Andrea stava giocando l’ultima carta. Lo spauracchio del suo allontanamento, una minaccia che aveva sempre avuto un sicuro effetto su Marisa, per la quale l’unità della famiglia andava salvata in ogni caso. Aveva agito così anche dinanzi alle frequenti scappatelle del marito e a una storia piuttosto intricata con una polacca, che minacciava di portare avanti una vera o presunta gravidanza. Anche allora era stata lei a tirarlo fuori dai guai, sborsando un bel po’ di soldi. Ma questa volta – e ne ebbe quasi paura – la minaccia di Andrea la lasciava del tutto indifferente.

“No. La piscina non si fa. Visto che per fortuna sono ancora io a decidere. Anzi, ci sono molte cose da rivedere. Ma non è questo il momento per parlarne. Poi ognuno sarà libero di fare quello che crede”.

Marisa si appropria della sua terra

“Ma mamma, che significa…”. “Significa che ho cambiato idea. E che non sono più disposta a vendere altra terra per questequattro casupole. Ho dato uno sguardo ai conti: sono più che raddoppiati rispetto al previsto. Ancora una volta sono stata un’ingenua. Ma adesso basta”.

La domenica, all’uscita della messa, Marisa incontrò il notaio Fusco. Lo conosceva da bambina, la moglie era stata la sua madrina di cresima.

“È sempre un piacere vederti, Marisa. Ci hai promesso una visita, ma poi… Sai la novità? Quelli che comprarono il tuo vigneto hanno deciso di venderlo. Era difficile per loro, che vivono nel Friuli, poterlo seguire. Lo prenderà un’azienda di materiali edili che cercava un grosso spazio in Costiera. Così perderemo un altro po’ di bella uva. E a te come vanno le cose? Il residence? I ragazzi?”.

Marisa gli saltò al collo all’improvviso, con forza. Poi col tono di chi pretende qualcosa, più che avanzare una richiesta disse: “Notaio voglio riavere il mio vigneto. Faccia un’offerta superiore, ma devo averlo”. “Marisa non è più possibile. A saperlo te ne avrei parlato a suo tempo. Ma è già stato firmato un preliminare e versata la caparra”. “Un miracolo. Le chiedo un miracolo. Dica che i padroni hanno cambiato idea. S’inventi qualcosa ma mi faccia avere il vigneto. So che la caparra deve essere restituita al doppio. La triplichi. Faccia tutto il possibile, ma non mi deluda”.

vigneto di Marisa Cuomo
Il vigneto di Marisa Cuomo

La strada per casa la percorse lentamente, assaporando ad ogni passo i profumi che venivano dalla terra e dal mare: gerani e bouganvillee, vigne di Piedirosso e Coda di Volpe, rosmarino e malvarosa, brezza e salsedine dolciastra, resina di pini e di castagni. E dalle case, odore di aglio soffritto, di cipolle appassite, di pesce alla brace.

Si sentiva bene, e in pace con se stessa, come non le capitava più da tempo.

Allungò uno sguardo irritato ai manufatti del residence, e lamentando una forte emicrania, si sottrasse al rituale del pranzo domenicale. Alle prime luci della sera andò a sedersi sul terzo gradino della sua scala. E così ogni sera, fino a quando non la raggiunse la telefonata del notaio.

“Domani vieni da me. Te l’ho fatto il miracolo. E anche a condizioni insperabili. Pagherai solo le spese. Ho insinuato nei compratori il dubbio che non sarebbe stato facile spiantare il vigneto, dopo che l’area era entrata nei confini della Doc. E a loro serviva uno spazio libero. Così hanno rinunciato”.

Rinasce il Gran Furor Divina Costiera

Il vigneto. Tornava ad avere il suo vigneto. Ora marito e figli potevano fare quello che volevano. Lei riprendeva a far vino. Tornava a nascere il Gran Furor Divina Costiera, con quella sua etichetta d’altri tempi, il grappolo pieno di acini dorati in un’orgia di fogliame, e il nome scritto su un cartiglio svolazzante.

L’aveva disegnata un pittore olandese venuto a passare l’inverno in Costiera. Si era sistemato all’Hostaria di Bacco, che disponeva anche di qualche camera, entusiasta di una cucina tutta aromi e colori.

Allora, da queste parti, non si veniva d’estate per fare bagni, ma d’inverno per sottrarsi alle nebbie e al freddo del Nord. Così i soggiorni erano lunghi, da novembre a marzo, appannaggio di pochi ricchi e di quanti non avevano l’impegno di un lavoro fisso. Artisti in gran parte, soprattutto pittori. Un’attività che, prima o poi, dava luogo a simpatiche forme di baratto.

Gran Furor Divina Costiera
Il vigneto di Marisa Cuomo a Furore

Un quadro in cambio di qualche giorno di ospitalità. Così il pittore passava di casa in casa, fino al giorno della partenza. I quadri che Marisa aveva nel salotto, una galleria di paesaggi e scorci della Costa, erano il frutto proprio di queste lontane ospitalità. Poi, a partire dagli anni Cinquanta, la situazione si era capovolta.

Nessuno più d’inverno, e tutti d’estate per i bagni. Una vera e propria mania, che aveva fatto della Costa d’Amalfi una celebrata stazione balneare, lasciando quasi in ombra i suoi tesori di storia e di civiltà. Ai quali – rifletteva Marisa – non era estraneo il vino, che qui vantava origini antiche, vigneti autoctoni su piede franco, pergolati sparsi su terrazzamenti che degradavano dai monti al mare, e la suggestione di un ambiente fatto apposta per esaltare uva e limoni.

Sì, il vino poteva servire da richiamo per portare quassù i turisti dopo una giornata al mare. L’ altra faccia della Costiera (così la chiamava il padre) aveva parecchio da offrire: la visita ai vigneti, le degustazioni in cantina, la scoperta di una cucina non solo marinara, fino alle mirabili architetture dei “piennoli” di pomodori. E poi la gente. Che era rimasta quella di un tempo, con un piede a mare e uno nella vigna, senza cedere ai facili richiami di un turismo di massa. E chissà che alla fine tutto questo non sarebbe tornato utile anche al residence. Ma la cosa non la interessava più di tanto.

di Nino D'Antonio

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