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Irpinia, terra di grandi vini

01 Luglio 2020
Irpinia, terra di grandi vini
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Da l'Enologo - Mensile dell'Associazione Enologi Enotecnici Italiani

di Nino D’Antonio

C’è un’impennata di orgoglio – alquanto tardiva, ma legittima – nel piccolo esercito di viticoltori (poco più di ottanta) che fa ressa per sottoscrivere la nascita dell’Associazione Vini d’Irpinia. È l’aprile del 2003, e nello studio del notaio Baldari si respira un’aria di riscatto. Basta con le generose quantità di Aglianico destinate alle cantine del Nord; basta coi vini sfusi e con una produzione confusa e anonima. È solo il primo passo (i grandi nomi non sono molti: Feudi di San Gregorio, Mastroberardino, Terredora, Antonio Caggiano e Molettieri), ma segna l’inizio di una svolta che cambierà le sorti dei vini irpini. Nel ’70 è maturata, intanto, la Doc per il Taurasi e il Greco di Tufo. Entrambi destinati a conquistare la Docg, nel giro di qualche decennio, unitamente al Fiano di Avellino. Siamo ormai su un piano inclinato, che non mancherà di favorire il crescente riconoscimento dei vini d’Irpinia, e soprattutto la loro sicura identità.

Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino

Un Taurasi che si rispetti può reggere il confronto con un Barolo, e il Fiano e il Greco non hanno niente da invidiare ai più celebrati Bianchi. Ne parlo con Stefano Di Marzo, Presidente del Consorzio di Tutela e titolare della Cantina Torricino di Tufo. “Sì, la riscossa c’è stata, al punto che quella iniziale pattuglia oggi supera i cinquecento soci, fra vignaioli, produttori e imbottigliatori".

Irpinia, terra di grandi vini
Uno scorcio del vitigno Taurasi. in Irpinia

Aggiunga che nel settembre del 2017, il Consorzio ha ottenuto dal Ministero l’erga omnes, il che significa che la nostra vigilanza nonché ogni iniziativa promozionale si estende anche alle cantine non iscritte…..”. Ma i riflessi e gli impegni del Consorzio vanno ricercati soprattutto nell’andamento del mercato, che tira più che bene, e non solo per il trittico Taurasi-Greco-Fiano, quanto per l’Irpinia Doc, che offre un ventaglio di tipologie (ben diciotto) sulla base dei vitigni più tipici del territorio.

L’azione del Consorzio, al di là dell’aspetto mercantile, punta a una ricerca culturale sui nostri vini, che – non va dimenticato – rappresentano il patrimonio legato all’avvento dei Greci, a partire dall’VIII secolo. E su questo piano, le iniziative sono sempre più numerose ed efficaci, grazie anche alla presenza ad Avellino di un’antica Scuola di Enologia, nonché della facoltà universitaria affidata a Luigi Moio.

C’è poi la possibilità di attraversare con lo storico treno Irpinia Express gli areali delle tre Docg, partendo da Tufo per arrivare a Montefalcione e poi a Castelfranci. Un viaggio nel tempo che stimola suggestive immagini sulla nostra civiltà contadina”.

L'Irpinia e la diversa natura dei luoghi

Eppure, le diversità fra i territori che godono della Docg non sono poche. Anche in fatto di estensione. Basti pensare che ai ventisei Comuni del Fiano di Avellino fanno riscontro – per meno di un terzo – gli otto Municipi destinati al Greco di Tufo. E ancora: l’Irpinia può contare su alcune cantine di respiro nazionale, sia per il potenziale produttivo che per il prestigio dei vini, ma il territorio è disseminato di una fitta rete di piccoli produttori (aziende a conduzione familiare con pochi ettari, spesso anche in affitto). E questo crea fatalmente due fronti fra i soci del Consorzio.

Irpinia, terra di grandi vini
L’Irpinia può contare su cantine di respiro nazionale, per potenziale produttivo e per prestigio dei vini

Certo – aggiunge il Presidente Di Marzo – il problema c’è. Ma è sempre esistito. Il nostro impegno è quello di cercare di volta in volta un medium fra le due aree di competenza. L’attenzione per il mercato cinese non può coinvolgere le cantine più modeste, ma questo non significa che non stimoli le nostre scelte…”.

E qui non può mancare qualche riferimento alla natura dei luoghi, che risulta non meno sconcertante delle vicende che ne hanno segnato la storia. In un’Italia da sempre fatta di staterelli, privi di spazi fisici e di rilevanza politica – ma pronti a farsi guerra all’insegna dei campanili – Napoli è la sola realtà a rappresentare per circa mille anni un grande regno che, da Civitella in Abruzzo, raccoglie sotto un unico vessillo l’intero Sud e la Sicilia.

Una lunga vicenda che non è estranea alla coltivazione della vite, da ricondurre all’ottavo secolo a.C., con i primi Greci provenienti dall’Eubea.

Certo, la ricca varietà di viti, spesso geneticamente vicine, ha determinato nel corso dei secoli una situazione quantomai confusa. La quale è emersa in tutta la sua sconcertante anarchia nel momento in cui si è dato l’avvio a una prima, seria indagine ampelografica, vale a dire a una sorta di anagrafe per l’identificazione e il confronto delle varie specie.

I vini dell'Irpinia già famosi nell'antica Roma

Eppure, non è la prima volta che i vitigni della Campania vengono studiati e descritti. Già nell’antica Roma si poteva contare su un primo censimento. La Vitis Hellenica, l’Aminea Gemina, la Vitis Apiana, le uve Alopecie, costituiscono il tentativo di dare non solo un’identità a queste uve, ma di esaltarne le differenti caratteristiche. Così la descrizione degli antichi vitigni campani – quelli accreditati alla corte di Augusto – entra negli scritti di Plinio, di Columella, di Catone, anche se sarà la poesia di Orazio, Virgilio, Catullo a consacrarne la fama.

Ne consegue che un discorso sui vini della Campania non può prescindere dalla sua particolare geografia, o meglio dall’anarchia del suo territorio che annulla qualunque distinzione fra pianura, collina e montagna, e alimenta una sorta di contaminazione che non è estranea alla diversa presenza delle viti e alle loro fortune.

Questo a non tener conto di fenomeni come il vulcanesimo e il bradisismo, che hanno da sempre interessato il territorio.

Ne consegue che - a sezionare la Campania sulla base dei suoi vini - un posto d’onore spetta all’Irpinia. Che racchiude in sé tutti i caratteri di quell’anarchia geografica, con un campionario di vallate, dorsali, massicci montuosi, boschi e corsi d’acqua, in uno scenario di forte suggestione, che a nord sconfina in Puglia e a sud in Basilicata. Il territorio – almeno dal punto di vista della viticoltura – ha del miracoloso. I terreni sono ricchi di materiale vulcanico, che in molte zone costituisce l’intero spessore dello strato coltivabile, a sua volta ricco d’argilla e di potassio.

Due elementi tra i più felici per la coltivazione della vite. L’argilla, infatti, cede a poco a poco acqua alle piante, per cui l’uva durante la siccità estiva matura meno rapidamente e con più equilibri.

Irpinia e il trionfo dell'Aglianico

Base di grandi vini, a cominciare dal Taurasi, l’Irpinia celebra il trionfo dell’Aglianico, il vitigno più diffuso in Campania. Esistono più cloni da una comune matrice genetica, ma l’uva non vanta caratteristiche particolari. La sua identità nasce solo nel momento in cui diventa vino. L’unico distinguo è dato dal territorio in cui il vitigno è allevato: Irpinia, Sannio, Napoletano, Costa d’Amalfi, Cilento.

Così non sorprende che in un’area piuttosto ristretta, l’Irpinia offra il trittico Taurasi-Fiano-Greco, i soli vini Docg del comprensorio. Il primo è figlio del famoso Aglianico, invecchiato per almeno tre anni, quattro invece per la Riserva.

Un Rosso fra i primi dieci in Italia, da meritare a suo tempo il riconoscimento e l’elogio di Arturo Marescalchi, fra l’altro fondatore dell’Assoenologi: “…. Sotto l’usbergo del mio rasposo carattere piemontese, devo asserire, domandando scusa ai miei Barbera e Barolo, che il Taurasi è il loro fratello maggiore…”.

Accostato spesso al Nebbiolo, quasi a volerne nobilitare le origini, l’Aglianico ha poco da spartire con il vitigno piemontese. E’ assai più ricco di antociani, ma manca dei profumi tipici del Barolo o del Barbaresco, entrambi figli illustri del Nebbiolo. Uva difficile da governare per la sua decisa forza, matura piuttosto tardi, e la vendemmia ai primi di novembre è di certo l’ultima in Europa.

I due bianchi fiano e Greco di Tufo

E passiamo ai due Bianchi. Il Fiano è un vitigno poco generoso, che ha sempre dato una resa assai modesta, calcolata intorno al 60% nelle annate migliori, benché sia presente in ben ventisei comuni. Portato dai Liguri Apuani, (in una vera e propria emigrazione verso la valle del Calore, allora Ager publicus di Roma), il vitigno ha raggiunto sui colli irpini risultati insperati e decisamente superiori a quelli della terra d’origine.

I tralci crescono con rapidità, carichi di acini piccoli, dorati, ma soprattutto dolcissimi. Una caratteristica, quest’ultima, che costituirà a lungo la cifra distintiva del vitigno, tanto da accreditare l’altra matrice del nome: dal latino apis, perché uva prediletta dalle api per la sua dolcezza.

Nato all’origine come Passito, il Fiano avrà una storia analoga a quella del Sagrantino, affermandosi poi come un Bianco secco, dagli intensi profumi e dalla forte persistenza.

Per il Greco di Tufo, invece, è l’elevato quoziente di mineralità (nasce in un territorio ricco di zolfo, calcio e magnesio) a conferirgli quel particolare carattere che lo rende quantomai adatto all’abbinamento con frutti di mare e ostriche.

Insomma, un degno sostituto dello Champagne. Il suo aroma risulta composto da almeno una sessantina di sostanze chimiche, per cui non sorprende che alla degustazione gli esperti indichino spesso profumi e sentori diversi, più che sfumature diverse.

Le sue origini si perdono nell’antichità classica e sono ancora una volta riconducibili alle viti Aminee. Il crollo dell’Impero romano, prima, e le invasioni dei barbari dopo, lasciano poco spazio al vino, e il Greco non fa certamente eccezione. Così, solo nel Rinascimento, Sante Lancerio, bottigliere di Paolo III Farnese, individua ben cinque tipi di Greco nell’area del Napoletano, anche se assai diversi per qualità e caratteristiche.

Oggi la produzione di Greco di Tufo rimane circoscritta a otto comuni, per complessivi sessanta chilometri quadrati, vale a dire poco più di un terzo della superficie del Fiano.

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